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Il culto di San Rocco, Patrono di Viceno

Il culto di San Rocco, Patrono di Viceno

Montpellier, nella Gallia Narbonese, è una delle città più antiche e caratteristiche della Francia meridionale. La tradizione di una fede viva e profonda era radicata nel popolo e nella nobiltà. Tra le famiglie più in vista per ricchezza e integrità di costumi è a Montpellier la famiglia Rog; l’ultimo discendente Giovanni, e sua moglie Liberia, non avendo eredi, vivono nell’amarezza di vedere finire quel loro mondo; entrambi rafforzano la loro preghiera nella speranza che il Signore voglia concedere loro un bambino. Nel 1295 un bimbo, Rocco, viene ad allietare la vita dei due maturi coniugi. Il bambino viene educato ed istruito dai migliori insegnanti del tempo, il babbo e la mamma curano la crescita del suo spirito. In quel figlio tanto desiderato, i genitori profondono tutte le loro ricchezze morali e spirituali; infine, compiuta la loro missione, Dio li chiama a sè. Rocco ha circa vent’anni.

Ben presto, sia per decoro di famiglia che per doti personali, Rocco potrebbe accedere ai più alti gradi di potere nella sua città; non gli manca nulla: gioventù, cultura, ricchezza, nobiltà. Ma Rocco ha una sete di assoluto, di infinito, che nulla riesce ad appagare se non Dio; perciò si fa terziario francescano, impegnandosi a vivere i voti di povertà, castità, obbedienza. Senza esitazioni distribuisce tutte le sue sostanze ai poveri e lascia a uno zio paterno i beni che non può alienare subito, la dignità, i privilegi. Ora, povero e sconosciuto, Rocco diviene pellegrino di Dio.

Le vie d’Europa erano allora percorse da moltissimi pellegrini che, o per adempiere un voto, o per lucrare indulgenze, o per un semplice proposito di santificazione, si mettevano in viaggio, fidando nell’aiuto di Dio e nella carità dei fratelli. Avevano un abito caratteristico: un mantello, una bisaccia per le elemosine, un cappello a larghe falde, un lungo bastone alla cui impugnatura era legata una zucca vuota per l’acqua. Le mete più frequenti erano Gerusalemme, Santiago dei Compostela, e soprattutto le tombe degli Apostoli e dei Martiri a Roma. I pellegrini mendicavano il pane di porta in porta e riposavano negli ospizi attrezzati per loro, dove ve ne erano. Rocco è uno di questi pellegrini: inizia la sua avventura spirituale avviandosi verso Roma, passando attraverso la Liguria e la Toscana; si ricorda presente ad Acquapendente in quell’ospedale dove si prende cura degli appestati compiendovi molti miracoli.

La peste nera era scoppiata in Asia e poi si diffuse in Europa portata dai pellegrini di Terra Santa e ancor più dalle navi delle Repubbliche Marinare che avevano scambi commerciali con l’oriente; Pisa e Genova furono le prime città ad esserne colpite: di lì il flagello passò al resto d’Italia e d’Europa. Il morbo si sviluppa in modo veloce ed inarrestabile; uno scrittore del tempo così descrive la malattia: “Il corpo brucia in una febbre altissima ed è riarso da una sete divorante e insaziabile. L’occhio si intorpidisce, la voce si fa rauca e il respiro diventa difficoltoso. Un continuo vomito scuote il malato in conati atroci. La pelle si annerisce e diventa viscida emettendo da tutti i pori un fetore insopportabile. L’appestato muore tra indescrivibili convulsioni”. Abbiamo parlato della peste per comprendere la grandezza dell’opera di San Rocco a favore degli appestati e quali atroci sofferenze dovrà a sua volta patire quando il morbo lo colpirà presso Piacenza.

Rocco si reca nelle città colpite dal morbo e, spinto da sentimenti di compassione, chiede di essere ammesso al servizio dei malati. L’ospedale di allora non aveva ambienti lindi, sale operatorie sterilizzate, stanze ariose e luminose in cui l’igiene fosse scrupolosamente curata; no, erano o stanzoni o capannoni costruiti fuori delle città in cu i malati venivano semplicemente depositati per limitare il contagio nella città e ffidati alla pietà di confratelli delle varie congreghe di carità che volontariamente prestavano questo rischiosissimo servizio; chi aveva il soprannaturale coraggio di buttarsi nella bolgia di questi ambienti in tempo di peste veniva accolto a braccia aperte. Rocco inizia così la sua nuova attività di infermiere. Egli, da campione di Dio, non va a combattere con mezzi umani il male, ma con la potenza della fede e dell’amore; il Signore gli concederà il dono di guarire gli ammalati che egli segnerà sulla fronte benedicendoli con una particolare formula. Rocco esce dall’ospedale e va per i fondaci, per le strade, per le case già segnate dalla morte; tutti avvicina e tutti guariscono. Quando la gente, scomparsa la peste, va in cerca di Rocco per portarlo in trionfo, lui scompare, si avvia verso altri paesi infestati dal terribile morbo. Giunge anche a Roma dove vi sconfigge la peste; vi resta tre anni ma, giuntagli notizia che nel nord Italia dilaga di nuovo l’epidemia, lascia la Città Eterna per andare a prestare soccorso ai suoi fratelli appestati, il suo operato si concentra a Piacenza, città particolarmente colpita.

Mentre presta servizio in un ospedale a Piacenza, in sogno gli compare un angelo che, in nome di Dio, gli dice: “Rocco, per amor mio hai patito tanti disagi… Ora dovrai soffrire i tormenti e gli strazi del corpo”. Rocco si sveglia divorato dalla febbre: è appestato. Ricoverato in ospedale attende la morte; ma i giorni passano, la morte non sopraggiunge e le sofferenze aumentano. Gli altri malati, guariti da Rocco, non sopportano più la sua presenza; allora egli lascia l’ospedale. S’incammina verso la campagna, respinto dal popolo che prima egli aveva guarito. Si rifugia in una casupola abbandonata, vicino ad una sorgente; al cibo provvederà il Padre celeste in modo singolare.

Gli uomini trattano Rocco “come un cane”, ed è proprio un cane che riscatta la categoria trattando Rocco “come un uomo”. Il cane in questione (che la tradizione vuole si chiamasse “Reste”) fa parte della muta del nobile Gottardo Pallastrelli, signore del castello di Sarmato; un giorno Gottardo vede il suo cane prendere un pane dalla tavola e scappar via. La scena si ripete per più giorni e allora il padrone, incuriosito, lo segue e scopre così il rifugio di Rocco al quale, malato e sofferente, il cane porta il pane rubato. Il nobiluomo prende Rocco con sè e lo cura. La santità di Rocco è contagiosa come la peste: Gottardo rinuncia ai suoi beni e presta il suo servizio ai malati. Gottardo è il primo “discepolo” di San Rocco.

Rocco, guarito miracolosamente, opera ancora per qualche tempo in Piacenza, che è nuovamente colpita dalla peste, per poi riprendere il suo cammino teso a sollevare altre sofferenze: servirà i malati anche a Novara risalendo poi verso nord e, giunto presso Angera, è arrestato col sospetto di essere una spia e rinchiuso nella fortezza della Rocca. Vi trascorre cinque terribili anni, in un’unione sempre più profonda con quel Dio che da sempre cercava. Lo straordinario comportamento di dolcezza, di preghiera, di umiltà, varcò le cupe mura del carcere, diffondendo nei paesi circostanti la convinzione che quel prigioniero fosse un santo. Al termine di questo periodo Rocco lascia questo mondo per entrare nel Regno dei Cieli. Nel momento della morte (1327) tutte le campane della città iniziano da sole a suonare a distesa: è questo l’ultimo prodigio che il Signore fa per il suo servo fedele. I miracoli che avvengono sulla sua misera tomba suscitano l’interrogativo circa le origini di questo pellegrino e ben presto viene riconosciuta la sua appartenenza alla nobiltà di Montpellier.

In occasione del Concilio di Costanza (1414) scoppia un’improvvisa ed eccezionale pestilenza che getta nello sgomento vescovi, imperatore, principi, teologi; si decide di sospendere il Concilio per dare a tutti la possibilità di salvarsi; qualcuno però suggerisce di ricorrere all’intercessione di San Rocco: si comincia ad invocare il pellegrino francese.